“Cross over” di saperi per M’illumino di Scienza all’Unibas

Ci sono pomeriggi in cui l’università smette di essere un edificio e diventa una costellazione. Ieri in Unibas, è successo esattamente questo.

M’illumino di Meno 2026, celebre format della trasmissione Caterpillar RadioRai2, quest’anno si è chiamato “M’illumino di Scienza” e già nel titolo c’era un piccolo cortocircuito felice: non solo risparmio energetico, non solo gesto simbolico, ma ascolto profondo di chi la scienza la fa, la studia, la interroga. In un tempo in cui il rumore è permanente e le certezze sembrano gridate, abbiamo scelto la via più radicale: fermarci e chiedere aiuto alla conoscenza.

Alle 17.00 abbiamo aperto i lavori con un’idea semplice e potentissima: la scienza come alleata del futuro. Non come torre d’avorio, ma come pratica quotidiana, come lente per leggere la complessità. E la complessità, ieri, aveva il volto di quattro giovani ricercatrici che hanno trasformato il pomeriggio in un vero e proprio cross over scientifico. Altro che compartimenti stagni: sembrava una playlist ben curata su Spotify, dove ogni traccia cambia genere ma tiene lo stesso mood.

Anna Guarnieri ci ha portati dentro la sostenibilità come in un “volo” multidisciplinare. E non era una metafora decorativa: era un invito a guardare dall’alto, a collegare punti che di solito teniamo separati. Economia, ambiente, società, energia. La sostenibilità non è un hashtag buono per le bio Instagram delle aziende; è un equilibrio instabile che richiede competenza, metodo, visione. E soprattutto coraggio.

Poi Antonia Lacerenza ci ha ricordato che il futuro non è qualcosa che accade sopra le nostre teste, ma sotto i nostri piedi. Letteralmente. Con il suo intervento abbiamo attraversato il suolo, la terra, le scelte energetiche e ambientali che modellano il paesaggio e la qualità della nostra vita. È stato un momento quasi fisico: come se il pavimento dell’aula diventasse improvvisamente visibile nella sua stratificazione invisibile. La scienza, quando funziona, fa questo: rende percepibile ciò che normalmente ignoriamo.

Pamela Pasquariello ha acceso l’infrarosso sul nostro immaginario. Dallo spazio alle tecnologie di osservazione, il suo intervento ha avuto qualcosa di cinematografico. Non era solo tecnica, era racconto. I dati satellitari non sono numeri freddi: sono narrazioni luminose del pianeta, sono diagnosi e previsioni, sono strumenti decisionali. In un’epoca in cui parliamo di climate change come se fosse un trailer apocalittico su Netflix, l’ingegneria spaziale ci offre strumenti concreti per leggere, misurare, intervenire. Altro che fantascienza: è già qui.

E poi Martina Pavoni, che ha intrecciato digitale e patrimonio, memoria e futuro. La digitalizzazione del patrimonio storico e umanistico non è un’operazione nostalgica; è un atto politico. Significa custodire il passato con strumenti nuovi, significa costruire identità territoriali che non restano ferme in una teca museale ma dialogano con l’innovazione. È stato forse il momento più “umanista” del pomeriggio, e al tempo stesso il più tecnologico. Un ossimoro solo apparente. Perché la vera innovazione non cancella le radici: le rende leggibili.

Tra un intervento e l’altro, le domande non sono mancate. Anzi. Professoresse, professori, ricercatrici e ricercatori hanno animato un dialogo serrato, autentico, a tratti acceso. Non un rituale accademico, ma una conversazione viva. Il dialogo finale, moderato da Michele Greco, è stato un piccolo laboratorio di pensiero collettivo. Ci siamo chiesti quale scienza serve oggi ai territori. Come renderla accessibile senza banalizzarla. Come far dialogare competenze tecniche e comunità locali.

E poi il gesto simbolico. Alle 19.40 le luci dell’Università si sono spente per qualche minuto. Un buio scelto, non imposto. Un buio che non faceva paura, perché preceduto da ore di conoscenza condivisa. In quel momento ho pensato che forse “M’illumino di Meno” funziona proprio così: spegniamo qualcosa fuori per accendere qualcosa dentro. Non è retorica green, è pedagogia civile.

Il pomeriggio si è chiuso con un aperitivo conviviale. E anche lì, tra un bicchiere e una chiacchiera, la scienza continuava a circolare. Perché quando le idee sono buone, non restano confinate nelle slide.

In un mondo che arretra sugli investimenti nella transizione ecologica, in un contesto globale in cui le guerre sono spesso questioni di energia e potere, scegliere di ascoltare quattro giovani ricercatrici è stato un atto controcorrente. Quasi punk, se vogliamo dirla tutta.

“M’illumino di Scienza” non è stato solo un evento. È stato un promemoria. La scienza non è un’opzione. È la prima voce da cui cominciare.

Cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti!