Venerdì 6 febbraio il Comincenter ha preso parte al kick off meeting di Basilicata Reshoring Talents – Il ritorno dei talenti, un titolo che già da solo contiene una tensione narrativa potente: il talento che parte, il talento che ritorna, il talento che forse non se n’è mai andato davvero, ma che non abbiamo ancora imparato a riconoscere nel posto in cui vive. L’incontro, ospitato nella Sala Convegni di Confindustria Basilicata a Potenza, non è stato solo un momento di avvio progettuale. È stato, piuttosto, uno spazio di sospensione, di ascolto e di interrogazione collettiva su cosa significhi oggi parlare di economia della conoscenza in un territorio come il nostro. Il progetto è promosso da Fondirigenti, Confindustria e Federmanager Basilicata.
Economia della conoscenza è una formula che rischia di suonare astratta, se non la si riporta a terra. Ai corpi, alle biografie, alle traiettorie spezzate e ricomposte di chi studia, lavora, parte, ritorna, resta. In Basilicata questa espressione convive con parole più ruvide: spopolamento, fuga dei giovani, marginalità. Eppure, proprio qui, in questo margine apparente, si apre uno spazio di riflessione che altrove è spesso precluso dalla velocità, dall’urgenza, dall’ansia di performare.
Bad Bunny. Il successo non si misura da dove vivi.
Per spiegare cosa intendo, parto da un’immagine che sembra lontanissima da Potenza, dai tavoli istituzionali. Al Super Bowl, uno degli eventi sportivi e mediatici più seguiti al mondo, ha lasciato il segno Bad Bunny, pseudonimo di Benito Antonio Martínez Ocasio. Un artista nato a Vega Baja, Porto Rico, figlio di una famiglia di umili origini, che ha iniziato caricando brani su SoundCloud mentre lavorava come impacchettatore in un supermercato. Oggi è uno dei musicisti più influenti al mondo, capace di portare il reggaeton e la trap latina ai vertici del pop globale, primo artista di lingua spagnola a vincere premi che fino a pochi anni fa sembravano riservati a un canone culturale ben preciso, in un contesto che definire ostile è un eufemismo.
La cosa interessante, però, non è solo il successo. È il luogo. Bad Bunny vive prevalentemente a Porto Rico, nella sua isola, in una terra che non brilla certo per ricchezza, infrastrutture o opportunità sistemiche. Eppure, da lì, ha costruito una carriera globale. Non solo: con i suoi tour, che per scelta hanno visto diverse tappe a Puerto Rico, ha generato un indotto economico enorme per la sua comunità, ha riportato attenzione, investimenti, immaginari. Ha dimostrato, nei fatti, che non conta solo dove ti trovi, ma come ti connetti. Che il centro non è un luogo fisico immutabile, ma un baricentro mobile, che può spostarsi se esistono relazioni, visioni e capacità di tenere insieme il locale e il globale.
Non conta più dove si fanno le cose ma quanto tempo ci si mette
Antonio Candela
Perché parlo di Bad Bunny alla luce di un evento sulla fuga dei talenti in Basilicata? Perché, come ha ricordato il nostro CEO Antonio Candela, non conta dove si fanno le cose, ma quanto tempo ci si mette. E aggiungerei: quanto si è capaci di costruire reti di relazioni virtuose che ridisegnano le mappe del mondo. La vera economia della conoscenza non è fatta solo di competenze tecniche, ma di connessioni, di contesti che sanno accogliere, far crescere e trattenere senso.
Ribaltare la prospettiva
Durante l’incontro ho ascoltato con grande attenzione gli interventi, e in particolare la prospettiva offerta dal professor Giuseppe Torre, che ha avuto il merito di rovesciare lo sguardo. Quelli che per la Basilicata potevano apparire come elementi penalizzanti, oggi possono trasformarsi in fattori competitivi. Il cosiddetto ritardo, se osservato da un’altra angolazione, può diventare una risorsa. Non come alibi, ma come capacità di riflessione, di maturazione etica, di elaborazione profonda dei processi.
In un mondo iper-veloce, iper-competitivo, spesso disumanizzante, non tutto ciò che accelera produce valore. Esistono contesti in cui il tempo lungo è un vantaggio comparativo. In cui si può ancora praticare il pensiero, l’otium nel senso classico del termine: non ozio sterile, ma spazio di elaborazione, di sedimentazione, di comprensione. “Slow down and think about it”, verrebbe da dire. Fermarsi non per rinunciare, ma per capire meglio dove andare.
Cambiare la narrazione
È qui che il tema del talento incontra quello dell’ecosistema. Il talento non è mai un fatto individuale isolato. È sempre il prodotto di un ambiente, di un intreccio di opportunità formali e informali, di luoghi in cui è possibile sbagliare, riprovare, cambiare rotta. Se un territorio si limita a contare quanti giovani partono, rischia di raccontarsi solo attraverso la sottrazione. Se invece inizia a interrogarsi su come agisce ciò che resta, su quali micro-inversioni di tendenza sono già in atto, allora il racconto cambia.
È una riflessione che attraversa anche il lavoro che stiamo portando avanti come Comincenter. Senza anticipare troppo, posso dire che i dati raccolti in questi anni mostrano un’inversione interessante rispetto alla narrativa dominante. Non perché la Basilicata abbia improvvisamente smesso di perdere abitanti o competenze, ma perché dentro un sistema che si contrae esistono spazi di densità, di ritorno, di riattivazione. Ed è qui che emerge un punto metodologico cruciale: i dati, da soli, non bastano.
Non siamo numeri
I numeri descrivono variazioni, ma non spiegano i processi. Nel contesto lucano, segnato da un calo demografico strutturale, una lettura puramente quantitativa rischia di essere parziale, se non fuorviante. Per questo l’analisi non può limitarsi a misurare quanto cresce un progetto o un hub, ma deve interrogarsi su come agisce all’interno di un ecosistema fragile. Il dato diventa una traccia, non una prova autosufficiente. Va interpretato alla luce del contesto sociale, culturale, territoriale.
È un cambio di paradigma che riguarda anche le politiche per il talento. Non si tratta solo di “far tornare” chi è andato via, come se il ritorno fosse un atto meccanico, incentivabile con qualche leva economica. Si tratta di rendere i territori luoghi in cui valga la pena restare, tornare, investire tempo e immaginazione. Luoghi capaci di riconoscere il valore della conoscenza non solo quando è certificata, ma anche quando è tacita, ibrida, in formazione.
L’economia della conoscenza, se vuole essere davvero trasformativa, deve smettere di pensarsi come un flusso unidirezionale verso i grandi centri. Deve imparare a vedere le periferie come laboratori, come spazi di sperimentazione etica e sociale. In questo senso, la Basilicata non è solo un territorio da “recuperare”, ma un punto di osservazione privilegiato per ripensare i modelli dominanti di sviluppo.
Bad Bunny non è un modello da imitare, ma un segnale. Un promemoria potente del fatto che il talento non ha bisogno di spostarsi per forza per esistere, ma ha bisogno di contesti che sappiano metterlo in relazione con il mondo. Se riusciremo a costruire queste condizioni, allora forse smetteremo di parlare di fuga dei cervelli e inizieremo a raccontare storie di radicamento consapevole, di ritorni non nostalgici ma progettuali, di economie della conoscenza capaci di tenere insieme lentezza e visione.
E forse, a quel punto, scopriremo che il vero ritardo non era territoriale, ma narrativo. E che cambiare racconto è già un primo atto di trasformazione.
Foto credits: L'halftime show di Bad Bunny al Super Bowl by Darrell Jackson



