Black Lives Matter. Il mondo è cambiato. Come rispondono i brand?

Spero che il mondo stia veramente cambiando, che Black Lives Matter non sia solo un motto sui cartelloni. Vero è che il Juneteenth di quest’anno è stato il più globale mai visto. Da Black Parade, il singolo a sorpresa di Beyoncé, ai brand che sposano i nuovi valori, le ripercussioni sono in tutti i settori. Scrivevo in questo post che il Cluetrain Manifesto, le regole più famose del marketing, si sono aggiornate con trenta nuovi punti, ribattezzati Newtrain Manifesto.

L’inclusione pare essere il nuovo “diktat” nella comunicazione dei brand. E ben venga, se questo porta le aziende ad avvicinarsi sempre di più ai consumatori, a doversi adattare, a mettersi in gioco e in ascolto, a considerare e valorizzare le differenze senza imporre uno standard, utopico e inutile.

Ho fatto un giro in rete per osservare le campagne advertising più interessanti del momento, secondo me.

La felicità al tempo del digital

Una settimana senza smartphone sai cosa vuol dire? I primi due giorni panico totale, mi sono sentita tagliata fuori dal mondo intero e devo ammetterlo, spesso non capivo di cosa parlavano gli altri. Poi ho acquistato un nuovo cellulare. E sono tornata ad essere impegnata 15 ore al giorno, sono “rientrata nel mondo”.

“Uno studio sudcoreano presentato al meeting annuale della Radiological Society of North America realizzato da ricercatori dell’università di Seul ha dimostrato che l’incapacità di stare lontani da portatili o web – anche solo per qualche ora, pena uno stato di malessere, agitazione e ansia – provocherebbe uno squilibrio nei rapporti tra neurotrasmettitori, le molecole che veicolano le informazioni tra le cellule del sistema nervoso.” (fonte repubblica.it/salute)

Da ogni lato arrivano moniti e ricerche di questo tipo. Qual è il limite?

Ed Sheeran è tornato al Nokia 3410, se non sbaglio, quel bel mattoncino indistruttibile che quelli della mia generazione hanno avuto almeno una volta nella vita, quello che per scrivere la s in un messaggino dovevi premere quattro volte il tasto 7. Un telefono per telefonare, insomma.

Arianna Huffington ha lanciato la sua app Thrive. Questa applicazione, un po’ come quella del benessere installata di serie, traccia la nostra attività di interazione sul telefono e quando è troppo blocca le notifiche, inviando al posto nostro un messaggio del tipo: “Ciao, sono in modalità thrive, mi sto riprendendo la mia vita”. Scrive la Huffington:

“Thrive ti aiuta a ricalibrare il tuo rapporto con la tecnologia dandoti gli strumenti per fare una pausa dal telefono, per fare tutto ciò che ti rende più umano. Quando metti il telefono in “Modalità Thrive” limita tutte le notifiche, le chiamate e i testi ad eccezione di quelli delle persone che hai specificato sulla tua Lista VIP.”

Sarà, ma non è come combattere l’alcolismo con una birretta al mattino? Uno strumento senza dubbio utile per accrescere la consapevolezza della nostra dipendenza dal digital, ma non la soluzione. E’ un po’ come smettere di fumare: se non vuoi davvero, intensamente e con tutto te stesso farlo, i cerottini anti-smoke puoi anche mangiarteli, non avranno alcun effetto.

L’equilibrio fra il tempo per noi e quello per la tecnologia possiamo deciderlo solo noi, con uno sforzo di volontà (cosa che la tecnologia non può toglierci) e il rispetto per noi stessi, per la nostra salute, con regole che ci auto-imponiamo. Mettiamoci a dieta di digitale. Non dico smettiamo di mangiare, ma impariamo a farlo bene.

L’Internet of things, il negozio Amazon senza cassa che traccia ogni nostro singolo respiro all’interno dello store, la caccia feroce ai dati e allo studio dei comportamenti d’acquisto, la clonazione delle scimmiette e chi più ne ha più ne metta, l’elenco è infinito. Il digital sta prendendo il controllo delle nostre vite? Educhiamoci alla salute, educhiamo i nostri figli alla felicità delle relazioni reali. Attenzione non sono catastrofista, anzi sono una tecnofila convinta, io stessa senza alcuni strumenti digital non potrei sopravvivere. Ma c’è un aspetto umano fatto di odori, di lacrime, di battiti del cuore, di ispirazione, di sudore, di stringersi la mano e guardarsi negli occhi per capirsi, di delicatezza, che nessun algoritmo può (o dovrebbe poter) mai sostituire?

E alla fine dei conti, non so quanti siano i miei neurotrasmettitori squilibrati stando ai ricercatori di Seul, ma una cosa la so: una settimana senza smartphone mi ha innanzitutto restituito l’uso dei tendini al braccio destro, ma sopratutto mi ha reso migliore, più attenta alle persone a me care, più empatica, in due parole più felice.