L’epoca delle startup e delle narrazioni resilienti

Start up, incubatori, hub, coworking, coliving, e chi più ne ha più ne metta.
L’era del racconto collettivo in cui la comunicazione è diventata incomunicabilità.

In questi anni di cambiamento, ci hanno narrato che la crisi economica fosse legata ad una ciclicità e non ad un cambiamento di modello.
L’eccessivo utilizzo dei social network ci ha convinti di essere o poter diventare i nuovi Steve Jobs o Mark Zuckerberg. Negli anni novanta, per me e per quelli della mia stessa generazione, era la stessa cosa: tutti volevamo essere Baggio o Maldini. Poi ho realizzato che di Baggio ne nasce uno su un milione. E di Steve Jobs?

Il fenomeno dello startuppismo ha creato numerose distorsioni rispetto al suo potenziale e alla capacità di far diventare quelle startup imprese che reggono il mercato e creano lavoro. Quanto sarebbe interessante in ogni evento, presentazione, convegno, chiedere ai vari “fenomeni” delle startup quale sia il proprio bilancio a tre anni dalla loro nascita e quante persone lavorano (stipendiate) a quel progetto. In Europa, per realizzare un’impresa da una startup, bisogna “fallire” 3 volte e su 10 startup in media, 8 si perdono per strada. Il tema è che in Italia, la parola fallimento ha un’accezione negativa ma sarebbe bello se qualcuno dicesse prima ai nuovi imprenditori quali sono le insidie maggiori, le mosse da non fare, le precauzioni da prendere. Insomma, riportare le disavventure degli altri per dare un parametro di valutazione. Il sogno di ogni startupper. E ripartire dai propri errori. Un pò come quello che facciamo al Comincenter, non solo sulle aziende quanto sulle persone. Perché il vero tema è dare stimoli, insegnare gli strumenti giusti per costruire la consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie capacità, se si cerca lavoro, o nelle proprie idee se si vuole avviare un’impresa.

Noi giovani italiani abbiamo tanto potenziale nascosto eppure, ad esempio, siamo ultimi in Europa per capacità di candidarci ad offerte di lavoro. Dobbiamo migliorare la nostra percezione di come il mercato del lavoro e le opportunità hanno avuto, negli ultimi 10 anni, una virata nella direzione del cambiamento di sistema. Dobbiamo capire che ormai non basta la formazione secondaria e/o universitaria (partendo dal presupposto che ormai è diventato fondamentale acquisire un metodo che solo il percorso universitario è in grado di dare), ma continuare nell’ottica che saremo sempre più obbligati alla formazione continua intesa come la capacità di formarsi sempre e meglio, dando valore non al titolo di studio (anche quello è importante) ma all’acquisizione di competenze che unite alla capacità di essere finalmente produttivi rendano esponenziale la nostra propensione non solo al cambiamento ma alla capacità di essere sempre “sul pezzo” e appetibili in un mercato del lavoro sempre più dinamico e alla continua ricerca di competenze, sopratutto trasversali.

Ma come la raccontiamo? E cosa possiamo fare?
Nel nostro paese 1000 aziende al giorno chiudono. C’è di più: 4 milioni di poveri, una pressione fiscale al 52% e 3,3 milioni di disoccupati. E allora come possiamo innovare in un paese con queste criticità? La strada da percorrere è quella di puntare sui talenti, sulle capacità che come popolo sono intrinsecamente presenti in noi stessi. In una parola: dobbiamo puntare sulla nostra capacità di essere resilienti. Se guardiamo alla resilienza come strada possibile, ci rendiamo conto che gli italiani, tutti, si distinguono nel mondo per creatività, talento, eccellenza, capacità di emergere in ogni settore. Siamo un popolo dal DNA resiliente, quindi abbiamo tute le carte in regola per ripartire, investendo sui nostri giovani, sui talenti e le eccellenze individuali e collettive, ma per prima cosa dobbiamo riconoscere i nostri problemi e errori.
Se saremo capaci di farlo, ci renderemo conto che la risoluzione di problemi commessi sia economici che sociali, è proprio lì nelle “periferie”, così come nelle aree depresse del paese dove ci sono migliaia di giovani altamente qualificati e con la fame giusta per portare il proprio contributo, proprio come fecero i nostri nonni dopo la seconda guerra mondiale.

Come sostiene Envir Lazlo: “Se il mondo è davvero vicino al cosiddetto punto di caos, i problemi non si possono risolvere con lo stesso livello di pensiero che avevamo quando gli stessi si sono creati”.

 

[Photo by Oliver Cole on Unsplash]

Donne e agricoltura: vi presento lo zafferano di Matera

Eccomi qui, al mio secondo appuntamento con #HelloGirls e oggi ho incontrato e intervistato per voi un’amica, una donna materana nonché un’imprenditrice innovativa nel settore agro-alimentare.

Lei è Brunella Gaudiano, nata, cresciuta, fuggita e poi tornata consapevolmente a Matera, dove adesso gestisce la sua impresa agricola. Ci racconterà della sua storia che ha fatto il giro del mondo prima di riaffondare le radici, nel vero senso della parola, in terra lucana.

Qual è stata la tua formazione e cosa ti ha portato fuori da Matera?

Durante gli anni lontana da Matera mi sono laureata in studi aziendali, mi sono specializzata, ho partecipato a progetti europei, ho percorso strade personali e intrapreso percorsi lavorativi tra l’Italia e l’estero.

Quello che ho fatto è stato lanciarmi in mezzo al mondo e confrontarmi con quanta più gente possibile, permettendomi di continuare a crescere, aggiungere ideali e conoscenza al mio bagaglio culturale, oltre che affettivo, imparare, centrare obbiettivi, sbagliare, capire e anche non riuscire a capire molte cose.

 

Cosa ti ha spinto a tornare e qual è stato il momento rivelatore che ti ha fatto riprendere la strada di casa e decidere di voler investire nel tuo futuro a Matera?

Durante la mia fuga, una cosa, tra tutte, che di me avevo capito molto bene era che nulla mi demotivava di più di un lavoro d’ufficio con un obiettivo aziendale che non era il mio. Ovvero avevo capito che, essendo una persona che vive di ideali, non sarei mai stata in grado di lavorare bene e con motivazione se non per un obiettivo mio, MIO, personalissimo e credendo fino al midollo nell’utilità di quello che avrei potuto fare.
Decisivo per la mia scelta di tornare a Matera a gestire la mia terra, è stato un lungo viaggio ‘rivelatore’ fatto all’altro capo del mondo,  che mi ha fortemente riconnesso con la natura, con la terra e con le radici, le mie radici che significano vita, spazio, tempo.
Anche se suona bizzarro è stato proprio così: un viaggio, di per sé un concetto di spostamento e instabilità, mi ha rivelato che quello che volevo era tornare dove ero nata e mettere radici.

Ed è proprio il concetto di radici a guidarmi nel mio lavoro: quello che faccio è seminare e impiantare per far attecchire radici e poi aspettare, per vedere nascere e crescere le mie graziose piante, con i loro frutti,  per poi raccoglierli e metterli a disposizione della comunità. E l’anno dopo ricominciare da capo, con colture nuove, diverse ma sempre seguendo un ciclo, che si ripete,  come tutti i cicli della vita: si semina, si attende, si raccoglie.
Il lavoro che ho scelto per me è anche una cura, che mi insegna ad avere pazienza perché mi ricorda che il concetto del tempo non è una linea retta su cui correre ma un cerchio, su cui tutto torna.

 

In che cosa hai investito, cosa hai cambiato della tua azienda perché prendesse la strada dell’innovazione?

Sono stata molto fortunata perché non sono partita da zero, ma sono subentrata ad un’azienda agricola già esistente, che ho semplicemente rimesso in moto, dandole una spinta per ripartire in maniera più vivace ed economicamente profittevole.

La prima cosa che ho fatto è stato studiare un po’ di storia agricola e agronomica della zona, per conoscere il passato rurale della mia terra e in generale della storia rurale dell’area mediterranea, individuando le colture più diffuse, quelle maggiormente profittevoli, sia ancora esistenti che andate perse col tempo. Poi ho studiato le nuove tecniche agronomiche, quelle più innovative, quelle con minor impatto agro-ambientale e quelle introdotte con l’agricoltura di precisione.

L’obiettivo è sia economico che culturale. Quello economico è di diversificare la produzione dell’azienda e della sua offerta, per renderla più redditizia e competitiva, rispetto alla monocoltura. Quello culturale è di dare un’identità territoriale alla mia impresa, attraverso il recupero di una sorta di ‘memoria botanica e agricola’ di questo territorio.

 

Quali sono, quindi, i prodotti di punta della tua azienda?

Coltivo varietà antiche e pregiate di grano duro, destinate alla produzione di farine, paste e pane locali attraverso le filiere corte controllate da alcuni molini e pastifici pugliesi; semi di lino, destinati all’industria cosmetica; diverse varietà di legumi, olio extra vergine d’oliva e spezie da destinare alla cultura gastronomica locale.

Tra tutte, la mia coltura certamente più curiosa e anche quella storicamente più interessante, dal punto di vista agronomico e culturale, è quella dello zafferano, spezia preziosissima sul mercato, per il duro lavoro necessario a produrla, e pregiatissima in cucina, per il gusto interessante e sofisticato che dona ai piatti.

 

Perché hai pensato proprio allo zafferano per differenziarti?

Documentandomi ho scoperto che lo zafferano è una pianta comune a tutta l’area del ‘Mediterraneo agricolo’  e che aveva dunque ottime possibilità di attecchire con successo anche in questa zona.
Inoltre, studiando la storia rurale e la tradizione culinaria dell’entroterra lucano, ho scoperto tracce di questa spezia, poi andata in disuso, probabilmente introdotta dagli arabi nei secoli ix e x.

Ho cominciato prima a sperimentare con le mie prime 200 piantine, e successivamente a confermare ogni anno il mio impegno con la produzione sempre maggiore di questo prodotto, nonostante il lungo e faticoso lavoro manuale richiesto. Oggi la mia produzione di zafferano è comunque esigua rispetto al resto dei miei prodotti, per i quali posso contare su delle filiere commerciali più solide e collaudate, ma mi garantisce comunque un’integrazione al reddito agricolo.

 

In questo momento qual è lo stato del business dello zafferano in Basilicata?

Attualmente lo stato del business dello zafferano locale è incagliato su alcuni aspetti commerciali, per cui risulta difficile ad un prodotto agricolo che non ha ancora un’identità territoriale forte, riuscire a trovare i canali commerciali giusti per arrivare ad un vasto numero di acquirenti-consumatori . Quello che è necessario è l’impegno e la collaborazione di tutte le aziende produttrici locali, del settore ristorativo e delle istituzioni e sistemi di promozione regionale per trasformare lo zafferano lucano in una eccellenza gastronomica e rendere quindi anche la sua coltivazione economicamente appetibile alle imprese agricole.
Questa coltura ha tutte le carte in regola per essere apprezzata anche da una fascia di consumatori particolarmente attenti all’ambiente e alla salute, essendo ecologicamente sostenibile, con uno scarsissimo impatto ambientale.

 

A grandi linee come si svolge la coltivazione del bulbo dello zafferano e la successiva raccolta della spezia?

La tecnica produttiva dello zafferano è assolutamente identica a quella utilizzata 1000 anni fa, è completamente manuale, dalla fase di impianto fino al raccolto e alla manipolazione per il confezionamento. E’ del tutto naturale, per l’assenza di qualsiasi tipo di intervento chimico o diserbante sulle sue piantine.
Il crocus sativus si impianta a 10-15 cm di profondità tra fine agosto e settembre e in poco più di un mese è in grado di attecchire con le sue radici nel sottosuolo e tirar fuori, dal terreno, con una forza emozionante, le sue spate bianche, che non sono altro che l’involucro che custodisce il fiore dello zafferano. Intorno alla metà-fine di ottobre avviene la fioritura, per cui giorno dopo giorno ‘lo zafferaneto’ si tinge di violetto e rosso, che insieme al verde e marrone del resto del campo, contribuiscono ad offrire un gradevolissimo spettacolo cromatico.
La fioritura è anche il momento di lavoro più intenso, poiché i fiori devono essere raccolti ogni giorno e nello stesso giorno mondati, ovvero manipolati per il recupero dei tre stimmi centrali, i quali, sempre nello stesso giorno, devono essere essiccati per diventare spezia.
Lo zafferano è pronto, mentre i bulbi del fiore continuano il ciclo vegetativo per riprodursi, generando nuovi bulbi.
Il lavoro è molto intenso ma concentrato in un breve periodo dell’anno che si concretizza in circa 30-45 giorni, per cui nonostante gli sforzi è assolutamente tollerabile.

 

Quali sono state  e quali sono tuttora le tue difficoltà legate al territorio, sia in quanto azienda innovativa, sia in quanto donna in un settore a cui si dedicano soprattutto gli uomini qui in Basilicata?

Quando mi chiedono che lavoro faccia, leggo sempre un po’ di stupore e un punto interrogativo negli occhi di chi me lo chiede, come se, in mezzo al proliferare di lavori terziari, si perdesse la connessione con il concreto e fosse strano o addirittura bizzarro che qualcuno trovi sostentamento economico dal settore primario e soprattutto che a farlo sia una donna.
A ben vedere e volendo fare un volo pindarico, l’agricoltura è nata ben oltre 10.000 fa e alle origini di questa pratica la donna ha avuto un ruolo importantissimo nel processo lunghissimo che ha poi portato alla nascita dell’agricoltura come attività umana ed economica.
Culturalmente, l’ambiente agricolo di oggi, soprattutto locale, è prettamente maschile ma, a parte un po’ di diffidenza, i miei stessi veterani colleghi non si stupiscono più di trovare una donna a gestire delle piantine, a decidere il piano colturale annuale e a smerciare i prodotti agricoli.
La dedizione della donna all’agricoltura è del tutto normale, così come del tutto naturale è l’inclinazione della donna, per la sua minore forza fisica, resistenza o fisiologia, ad eseguire lavori o compiti diversi da quelli che può eseguire un uomo; semmai quello che non è normale è lo stupore che esista una dedizione all’agricoltura.

 

Le criticità del tuo lavoro?

Il vero punto critico del mio lavoro, svolto nel mio territorio, non è culturale, né sociale ma piuttosto ambientale, climatico e soprattutto politico. Si tratta infatti di un’attività economica in cui l’elemento aleatorio del clima e la variabilità dei fattori ambientali, la rendono complessa, imprevedibile e ostile.
Inoltre moltissime carenze strutturali a livello di istituzioni e politiche di sostegno, hanno sempre relegato il settore primario ad una sorta di far west, in cui tutto era possibile, soprattutto nel gioco forza tra i produttori e gli intermediari  commerciali.
Devo ammettere che negli ultimissimi anni i progressi nel riassetto istituzionale, ma anche normativo, del tessuto agricolo sono rapidissimi e in qualche modo efficaci.

 

Se potessi dare delle dritte o consigli a chi ancora non ha investito in questo campo ma vorrebbe farlo, cosa gli diresti?

A chi vorrebbe intraprendere questo cammino, non posso che accoglierlo con entusiasmo e un sorriso, ricordandogli di non improvvisare e di pianificare per bene gli impegni economici e anche quelli morali necessari per l’avviamento e il sostentamento di una impresa agricola, includendo tra questi anche lo studio di nozioni e principi agronomici fondamentali, se già non si hanno.

E gli ricorderei anche di avere tanta pazienza, e, se non ce l’avesse, di osservare le piante per imparare ad averla. E a credere che alla fine tutto torna.

 

Donna continuamente sull’orlo di una crisi di… stupore

“Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.

Lo so. Può sembrare banale cominciare qualsiasi cosa con uno degli aforismi di Oscar Wilde, ma questa frase riassume in maniera netta la mia filosofia.

In questi tempi incerti, farsi travolgere dagli eventi senza comprenderne bene cause e conseguenze è molto facile. Ecco perché credo che la meraviglia sia un’àncora di salvezza importantissima per rimanere con i piedi per terra e perseverare. E quando parlo di stupore e meraviglia, non intendo solo la loro accezione positiva, sia chiaro.

Ma facciamo un passo indietro.

Sono Roberta. Vivo a Ferrandina praticamente da sempre (escluso un breve lustro vissuto a Lecce per l’Università), e mi ritengo, ormai, materana d’adozione e cittadina del mondo.

Attualmente, tra le tante cose, lavoro come social media manager per un’agenzia di comunicazione e gestisco una web radio.

Molti potrebbero esclamare: “Figo!” – come sono vintage con quest’espressione.

Beh, sìfondamentalmente lo è. Perché il cervello deve essere sempre in moto, perché hai modo di conoscere tanta gente, perché devi essere sempre aggiornatissimo sulle ultime novità e pronto a cogliere l’attimo, attingendo da mille mila esperienze di vita diverse, perché essere creativo è paragonabile a poter esprimente liberamente la propria personalità. E ti pagano pure per questo!” (cit.) – la web radio no, è volontariato. Per ora.

Però, molti esclamano anche (e lo fanno): “Ah, bene, praticamente stai tutto il giorno su Facebook. Bello lavorare così”. E tu prendi e porti a casa, anche se cerchi di darti la dignità che ti spetta quando ti riesce, spiegando un po’ che non è proprio quello il tuo lavoro, ma va bene, prima o poi passerò dall’essere un paparazzo del web a una che lavora nella comunicazione digitale.

Raccontata così, ecco perché sembra riduttivo cercare di spiegare che il lavoro creativo è molto, ma molto complesso, soprattutto nel mondo digitale e se:

  1. è importantissima la competenza – fattore molto spesso sottovalutato perché certe cose sono alla portata davvero di tutti;
  2. vivi in un territorio – mi dispiace ammetterlo – in cui l’evoluzione del web è in fase embrionale, mentre il mondo corre ed è già arrivato almeno alla sua adolescenza informatica;
  3. la tua propria componente caratteriale non prescinde dall’insicurezza (ma lo considero, in fondo, un bene per mettermi sempre alla prova);
  4. non è sempre tutto rosa e fiori, soprattutto nei confronti con i tuoi “simili” (da leggere considerando per bene i punti 1, 2 e 3).

Bene. Comprendete, allora, il perché lo stupore sia stato grande, ma piacevole, quando un giorno Stefania persona a cui devo molto della mia formazione e una delle poche con cui riesca a mantenere un confronto sano e costruttivo – mi ha contattata per dirmi “ho grandi idee e vorrei che tu ne prendessi parte”.

E per grandi idee intendeva dire proprio idee grandi, di quelle che non sai se ce la potrai fare a collaborareperché ti senti piccola, piccola – eccola lì, l’incertezza – e che subito mi hanno fatto pensare e chiedere 

Perché proprio io? Ce la farò? Sai che è una bella sfida, vero?

Va bene, sono un po’ troppo negativa, lo so. Ma la risposta è stata: ok, proviamo. Vediamo. Facciamo. Cominciamo. Posso esserne capace con l’impegno di sempre e di più, come sempre.

E ho accettato. Senza più se e ma. Per stupirmi e mettermi alla prova. Per imparare ancora e confrontarmi con altre splendide fanciulle (Cia, appena conosciuta ma una gran bella scoperta, e Francesca, una tempesta zen e positiva da cui ti lasci volutamente trasportare) e da tante e tanti altri che so arriveranno.  

Ed eccomi qui, a scrivere questo stream of consciousness su una nuova esperienza da cui poter attingere e in cui poter dare.

Senza presunzioni, senza moti d’orgoglio, se non quello di poter contribuire, nel mio piccolo, a raccontare e portare (spero!) un po’ di impressioni su questo mondo in totale e continuo divenire.

Per il momento, continuo a stupirmi, sperando di poterlo fare sempre di più, insieme.

Chissà come andrà. Vedremo. Noi, l’impegno, ce lo mettiamo. Ed è solo l’inizio.

 

[Photo by Giusy Schiuma]

Matera 2019 a caccia di 40 talenti

Il 2019 è sempre più vicino e la Fondazione Matera 2019 cerca 40 talenti da inserire nel processo di Build Up per i ruoli di Change Makers e Linkers.

Ovvero?

I Matera Change MAKERS hanno un profilo legato alla pianificazione, sviluppo, produzione, monitoraggio e rendicontazione dei progetti culturali, con attenzione e conoscenza dei processi di produzione culturale da un lato e dall’altro con attenzione al monitoraggio dei tempi e dei budget di produzione.

I Matera Linkers sono audience developers e community builders il cui lavoro è collegare le iniziative culturali ai potenziali gruppi target, stabilendo relazioni sostenibili, in un rapporto quanto più possibile personalizzato.

Leggete il bando, candidatevi e in bocca al lupo!

Cerchiamo talenti

Ogni giorno proviamo a rendere il Comincenter il luogo delle opportunità e degli incontri tra persone e aziende.

 

20 ottobre | Career Day con Fabers Slow Sud

Fabers opera in 3 ambiti: archeologia – cultura – turismo, facendo sì che per osmosi ciascuno contamini l’altro e prenda materia e materiali per raccontare il Sud.

Fabers sta crescendo e Francesca, che si occupa della parte turistica, ha bisogno di un aiuto. Per questo sta cercando un addetto alle vendite per l’agenzia viaggi che abbia preferibilmente esperienza e che conosca l’inglese.

La parte interessante è legata alle modalità di selezione, attraverso un Career Day!

Il Career Day funziona così:

  • 14 ottobre  – termine ultimo per l’invio del proprio Cv
  • 16 ottobre – prima selezione sulla base dei curricula ricevuti (sì, come sapete ormai bastano 6 secondi!)
  • 17 ottobre – invito a partecipare al Career Day ad un massimo di 10 persone
  • 20 ottobre – giornata di Career Day al Comincenter + colloqui individuali negli uffici di Fabers

Poi ci prendiamo qualche giorno per pensare e decidere e manderemo a tutti una comunicazione sugli esiti.

Se vuoi candidarti ti basterà inviare il tuo Cv entro il 14 ottobre all’indirizzo f.paiano@fabers.it

 

27 ottobre |Open Career Day in collaborazione con in.Hr, Agenzia per il lavoro

In.Hr è un’agenzia per il lavoro e da quest’anno è partner del Comincenter. Insieme vogliamo offrire un’opportunità a chi sta cercando lavoro nel nostro territorio e non solo.

Questo Career Day è gratuito e aperto a tutti, che tu sia un panettiere o una ingegnere, un commesso o una segretaria amministrativa, non fa differenza!

Dalle 10.00 alle 18.00 potrai presentarti, consegnare il tuo CV e incontrare i recruiter di in.Hr, Agenzia per il lavoro!

Per segnalare la tua partecipazione ti basterà inviare una mail a stefania@comincenter.com indicando “partecipazione career day” nell’oggetto. Ti aspettiamo!

 

Modern University: Iscrizioni aperte all’Unibas!

Alzi la mano chi di voi non ha mai visto questa serie!  😁

L’Unibas apre le iscrizioni alle future matricole con una campagna pubblicitaria divertente in cui protagonisti in prima linea sono gli studenti dell’Ateneo. #HoSceltoUnibas, sono tanti i buoni motivi per studiare in Basilicata: un Ateneo inclusivo, “su misura” in cui gli studenti non sono solo numeri di matricola, moderno, attrezzato e circondato da risorse naturali, storiche e architettoniche – tra cui Matera, Capitale della Cultura per il 2019 – che ne fanno un “laboratorio a cielo aperto”. Alla base anche i dati forniti da Almalaurea, secondo cui il 91% dei laureati nell’Unibas ha dichiarato di essere soddisfatto del corso di studi frequentato e del rapporto con i docenti.

Diversi i corsi con accesso a numero programmato che vi consigliamo di non farvi sfuggire, quindi occhio alle date e in bocca al lupo!

 

[su_button url=”https://rebrand.ly/iscrizioni-unibas” target=”blank” size=”10″ center=”yes” radius=”5″]Vai su Unibas.it[/su_button]

Il Comincenter a Roma per “le sfide dei millenials”

Con Fondazione Nenni e FNG per raccontare in Italia il processo innovativo made in Basilicata su politiche attive del lavoro

Si è tenuto questa mattina a Roma, presso la sede nazionale della UIL, Go Beyond il V seminario Giovani e Impresa: le sfide dei millennials, organizzato da Fondazione Nenni e Forum Nazionale dei Giovani. Fra i relatori, il CEO Universosud Antonio Candela ha presentato il progetto Comincenter: un processo innovativo senza precedenti e punto di riferimento a livello nazionale per le politiche attive del lavoro. Focus della giornata i temi del lavoro e delle imprese giovanili, ne abbiamo discusso con Oreste Pastorelli, Deputato, VIII Commissione Agricoltura, Ambiente, Chiara Gribaudo, Deputata, XI Commissione Lavoro pubblico e privato, Maria Freitas, Ricercatrice FEPS. Carlo Fiordaliso della UIL Nazionale ha coordinato i lavori.

UIL Nazionale con la Fondazione Nenni e FNG, hanno elogiato lo staff del Comincenter per il progetto e per le modalità in cui è stato realizzato nella città di Matera, e successivamente invitato Candela e tutto lo staff a partecipare, nelle prossime settimane, ad ulteriori appuntamenti in tutta Italia per diffondere questo modello innovativo made in Basilicata.

“Da qui parte il tour del Comincenter – dichiara Candela ringraziando il Forum Nazionale dei Giovani e la sua presidente Maria Pisani che da subito ha creduto in questo progetto – un viaggio per dire da giovani ai giovani che la parola crisi non è un limite ma un’opportunità, che ognuno di noi è una risorsa preziosa, che basta cambiare il punto di vista e ripartire da noi stessi per cambiare lo stato delle cose.”

 

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Comincenter ed Eppela portano il crowdfunding in Basilicata!

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MATERA – Dal 27 al 29 aprile prossimi, la piattaforma di crowdfunding più famosa d’Italia sarà al Comincenter per un corso esclusivo! Che cos’è il crowdfunding reward based? La soluzione alternativa per chi ha un’idea creativa ma non i fondi per realizzarla, per chi è stanco di rincorrere il burocratese dei bandi pubblici. Il crowd funding è, detto in breve, un sistema di raccolta fondi su web, che riconosce dei premi ai sostenitori di un progetto.

A svelare i segreti di questo mondo, che si basa sul supporto economico della web community, Francesco Di Candio: Designer, docente presso l’Istituto Europeo di Design a Torino, un passato in Grom, Sparco, Bulgari ed altri brand. A seguito di una campagna di crowdfunding si avvicina alla piattaforma Eppela, entrandoci come project manager un anno dopo. 24 mesi per divenire project leader, guidando la piattaforma italiana.

“Eppela – ci spiega Francesco – è nata a Lucca nel 2011 ed è diventata la più importante piattaforma di Crowdfunding, reward-based per creativi e startup. Eppela è un punto d’incontro fra chi desidera realizzare la propria ‘impresa’ e il sostegno delle community generando una grande visibilità. I Partner di Eppela? Poste Italiane, Miur, VISA, Radio 24, Lucca Comics & Games .
I suoi numeri? Il 60% di progetti ha successo sul totale di quelli pubblicati , sono più di 3.000 i progetti finanziati , per un totale di 3.500.000 € di co-finanziamento erogato dai mentor , 20 milioni volume di offerte.”

“Comincenter nasce per informare sulle opportunità concrete – dichiara Antonio Candela CEO Universosud, azienda proprietaria del brand e creatrice del progetto – Eppela e il crowdfunding, in questo senso, sono un modo di possibilità, potremmo dire infinito, aperto a tutti perché si rivolge a una comunità ampia ed eterogenea come quella del web. Questo corso, che siamo orgogliosi di ospitare nel nostro centro, oltre ad informare, forma chiunque voglia partecipare sugli strumenti e i metodi più giusti per avere successo e candidare la propria idea, il proprio progetto.”

[button text=”Iscriviti subito!!!” url=”http://www.comincenter.com/prodotto/crowdfunding-con-eppela/” background_color=”#0095ff” text_color=”#ffffff” style=”lt_flat” size=”large” icon=”fa-arrow-right” open_new_window=”false” rounded=”true”]

Save the date: il 24 parliamo di cinema!

Hai partecipato al corso di video editing? Non hai partecipato ma lavori o ti interessa il futuro del cinema in Basilicata? Venerdì 24 marzo dalle ore 19, ci vediamo al Comincenter per l’ultimo appuntamento con Luca Acito e il corso di Video & Editing, tecniche per la creatività, promosso e organizzato da Universosud in collaborazione con Studio Antani.

L’incontro è un’occasione per presentare al pubblico i lavori dei 12 partecipanti al corso ma non solo. Con Paride Leporace, direttore della Lucana Film Commission, i ragazzi potranno confrontarsi sul futuro dell’industria cinematografica in Basilicata e sull’importanza di formare professionisti nel settore della produzione di video che possano lavorare in questo ambito.

 

Vuoi aprire una startup? Leggi qui! 😉

Start up, tutti ne parlano, pochi sanno cos’è, molti ne ignorano le potenzialità. Oggi è un termine che va molto di moda, complice la crisi o forse anche no. Si parla di start up per identificare l’avvio di un’attività imprenditoriale. Infatti “start up” vuol dire letteralmente “avvio”. Ma per avviarla l’idea non basta. All’idea deve seguire un piano e delle azioni bene precise. Quali? Continuate a leggere!

Se avete un’idea, prima di entrare in Camera di Commercio e adempiere a tutte le procedure burocratiche, dovrete innanzitutto fare delle analisi e buttare giù un bel business plan!

Ma come si scrive un business plan? Ve ne avevamo parlato in occasione del #Cominday2016 e potete trovare queste importantissime informazioni qui ( http://bit.ly/2hcU8jV).

Ora che avete un business plan avete bisogno di fondi per avviare la vostra impresa e un strategia di marketing che le permetta di farsi conoscere e raggiungere il target desiderato. 

“Ma dove posso trovare dei finanziamenti per la mia impresa?” Le opzioni sono due:

  • Partecipare a bandi regionali/statali.
  • Contattare dei Venture Capitalist a cui sottoporre la vostra idea sperando che piaccia e che quindi venga finanziata.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, in questo momento, chi vuole aprire una Start up nella nostra regione è molto fortunato. Infatti grazie alle misure finanziarie promosse dalla Regione Basilicata, partecipando al Bando Start&Go, potrete ottenere fino al 60% a fondo perduto per l’avvio di una nuova impresa. ( Potete trovare il bando qui http://bit.ly/2l1oeZ5).

Per la seconda ipotesi vi consigliamo di seguirci, il #Cominday2017 non è poi tanto lontano😉

E per la strategia di marketing? Sarà uno degli argomenti dei prossimi articoli ma se volete approfondire l’argomento e apprendere come elaborare una strategia vincente per la vostra azienda non perdete il nostro corso di Social Media Marketing con Alessandro Martemucci. Se partecipate al bando Start&go con il nostro corso di 50 ore potrete avere 1 punto di credito in più nella graduatoria finale!

Info su http://bit.ly/2kJMeRg