Ilaria Del Monte, il magico dentro e fuori di noi

Ilaria mi accoglie nel suo studio colorato con il suo solito sorriso e un caldo bagliore negli occhi.
Ilaria la conosco da molto tempo, siamo cresciute nello stesso paese, abbiamo abitato nello stesso quartiere e abbiamo molti amici in comune. Nel suo studio, arredato da una libreria viola piena di libri, dal suo computer, da alcuni dei suoi ultimi quadri, da un carrello pieno di tubetti di colori usati, da una uccelliera vuota, ciò che attrae la mia attenzione è un angolo in cui la sua splendida bambina ha lasciato le impronte delle sue piccole mani. Quella di Delia sarà una delicata presenza-assenza che ci accompagnerà durante la nostra chiacchierata.
Ilaria ha 35 anni e vive tra Milano e Matera, si è formata all’accademia di Brera, ha all’attivo una lunga serie di personali e collettive di portata nazionale. Insieme ad altre artiste italiane contemporanee si inserisce in una corrente artistica tra il surrealismo e il realismo magico.
Mentre si racconta mi colpisce il suo tono di voce lento e basso, denota profondità di pensiero, una certa timidezza, educazione, riservatezza, eppure anche una grande libera consapevolezza mista a dolcezza.
Discutiamo amabilmente per più di due ore, e scopriamo di avere molti interessi in comune, dagli studi di bioenergetica di Lowen a quelli di psicomagia di Jodorowsky. Parliamo di radici, della suggestione di alcuni elementi apparsi nei suoi sogni e inseriti poi in alcuni dei suoi quadri. Mi racconta di sé, della sua vita e in molti frangenti ridiamo, discutendo sull’esistenza delle nostre vite passate e su altre amenità.
Le domando dove affondano le radici della passione per la pittura e la vena surrealista.

“In realtà siamo nate insieme, nel senso che quando ero piccola l’unica cosa che mi piaceva e che mi appassionava e su cui spendevo proprio i pomeriggi e le giornate è stato sempre disegnare, quindi questo i miei l’hanno capito subito e mia mamma l’ aveva capito sin da quando ero piccola piccola che dovevo fare un’attività affine alla creatività, manualità , etc, finchè poi a sei anni mi ha iscritta a pianoforte. Sono andata avanti studiando la musica, studiando cinque ore al giorno gli esercizi, e li impari un po’ la dimensione solitaria del costruire un pezzo musicale, che ti devi dedicare insomma, studiare pianoforte e superare gli esami al conservatorio per un undicenne, un dodicenne è dura, veramente dura, soprattutto se vorresti stare in strada a giocare con i tuoi amici in quel momento. Poi finalmente ho deciso di ribaltare la mia esistenza e verso i 15 anni, ho lasciato il conservatorio , ho comprato i colori ad olio, come avevo desiderato sin quando ero più piccola. Ho fatto pace con Ilaria infante, con Ilaria bambina e ho iniziato a dipingere e la soddisfazione che avevo nel vedere piano piano il dipinto che si creava, ma anche copiando opere di altri, era immensa per me. Ho completamente lasciato la musica che ringrazio. É la musica che ti aiuta ad avere un dialogo interiore con la parte più sensoriale di te e più poetica anche, è un linguaggio proprio a parte, e questo emerge ogni volta che lavoro. Successivamente ho imparato che dipingere poteva essere il mio lavoro, effettivamente non avevo allenato nessuna altra facoltà lavorativa. Quello che mi piaceva era dipingere e per fortuna sono nata in una famiglia che ha sempre sostenuto e sponsorizzato questo percorso. Non ho mai sentito una parola contraria.
Anche io sono genitore e credo sia molto importante che i bambini sappiano da subito che sono indipendenti e che possono fare le loro scelte, sostenerle nel tempo e scegliere da soli cosa fare. Quella di scegliere per se stessi è una facoltà che va allenata.”

Le chiedo se vivere qui in Basilicata ha sviluppato ancora di più la vena surrealista del suo lavoro.

“Si, secondo me affonda le radici qui, nell’essere cresciuta in queste zone. Per quanto le nostre comunità abbiano una vena fortemente cristiana, mantengono qualcosa della civiltà precedente legata ai miti e anche alle divinità greche, al politeismo, al rispetto per le forze naturali, alla dinamica anche magica che regola la vita della gente e che un po è negativo perché si tende a dare la responsabilità della propria vita e della proprie azioni a qualcosa di altro, ad influenze esterne, e di contro è un aspetto positivo perché popola di superstizione e magia le esistenze da queste parti.”

Le domando se c’è una difficoltà nel conciliare il lavoro d’artista e l’essere madre. E le chiedo cosa consiglierebbe a donne che sono madri e che hanno un talento artistico.

“Anche ora che ho la bambina che è una idrovora di energie, il sostegno dei miei genitori è fondamentale. Sarebbe stato molto difficile continuare a dedicarmi al mio lavoro se loro non ci fossero.
Non penso che una figlia voglia che la propria madre sia frustrata. Un figlio felice ha una madre felice e realizzata. Se devi rinunciare a tutto perché sei madre prima o poi questa cosa si riflette nel rapporto con tuo figlio.
Soprattutto quando arrivano a 12/13 anni e vogliono la loro indipendenza emotiva, poi tu che fai, vai in depressione perché hai riversato tutte le tue energie dentro la loro crescita?
Invece i figli ti accompagnano nella crescita artistica, quello che ho notato diventando mamma, e non avevo preventivato di diventarlo, è che la maternità ti apre delle porte emotive che prima non pensavi di poter esplorare. Mi dispiace per chi non ha fatto ancora fatto questa esperienza di vita. Nasce un altro mondo, più sensato. La vita con dei figli ha molto più senso. Penso a Marina Abramovic che ha dichiarato di aver dovuto affrontare tre aborti voluti per arrivare dove è arrivata, perché pensava che i figli non le avrebbero permesso di diventare l’artista che è . E penso invece a Louise Bourgeois che aveva tre figli e il suo lavoro mi pare molto più sensato. Che consiglio dare? Posso dare solo il cattivo esempio.”

Le domando infine cosa la ispira.

“Ascoltare le storie delle persone sulla loro vita. Mi capita spesso di ascoltare racconti su esistenze paradossali.”

Credo che tornerò presto nello studio di Ilaria, ascoltarla ispira me.

[ph. © Francesca Zito]

 

Donne e agricoltura: vi presento lo zafferano di Matera

Eccomi qui, al mio secondo appuntamento con #HelloGirls e oggi ho incontrato e intervistato per voi un’amica, una donna materana nonché un’imprenditrice innovativa nel settore agro-alimentare.

Lei è Brunella Gaudiano, nata, cresciuta, fuggita e poi tornata consapevolmente a Matera, dove adesso gestisce la sua impresa agricola. Ci racconterà della sua storia che ha fatto il giro del mondo prima di riaffondare le radici, nel vero senso della parola, in terra lucana.

Qual è stata la tua formazione e cosa ti ha portato fuori da Matera?

Durante gli anni lontana da Matera mi sono laureata in studi aziendali, mi sono specializzata, ho partecipato a progetti europei, ho percorso strade personali e intrapreso percorsi lavorativi tra l’Italia e l’estero.

Quello che ho fatto è stato lanciarmi in mezzo al mondo e confrontarmi con quanta più gente possibile, permettendomi di continuare a crescere, aggiungere ideali e conoscenza al mio bagaglio culturale, oltre che affettivo, imparare, centrare obbiettivi, sbagliare, capire e anche non riuscire a capire molte cose.

 

Cosa ti ha spinto a tornare e qual è stato il momento rivelatore che ti ha fatto riprendere la strada di casa e decidere di voler investire nel tuo futuro a Matera?

Durante la mia fuga, una cosa, tra tutte, che di me avevo capito molto bene era che nulla mi demotivava di più di un lavoro d’ufficio con un obiettivo aziendale che non era il mio. Ovvero avevo capito che, essendo una persona che vive di ideali, non sarei mai stata in grado di lavorare bene e con motivazione se non per un obiettivo mio, MIO, personalissimo e credendo fino al midollo nell’utilità di quello che avrei potuto fare.
Decisivo per la mia scelta di tornare a Matera a gestire la mia terra, è stato un lungo viaggio ‘rivelatore’ fatto all’altro capo del mondo,  che mi ha fortemente riconnesso con la natura, con la terra e con le radici, le mie radici che significano vita, spazio, tempo.
Anche se suona bizzarro è stato proprio così: un viaggio, di per sé un concetto di spostamento e instabilità, mi ha rivelato che quello che volevo era tornare dove ero nata e mettere radici.

Ed è proprio il concetto di radici a guidarmi nel mio lavoro: quello che faccio è seminare e impiantare per far attecchire radici e poi aspettare, per vedere nascere e crescere le mie graziose piante, con i loro frutti,  per poi raccoglierli e metterli a disposizione della comunità. E l’anno dopo ricominciare da capo, con colture nuove, diverse ma sempre seguendo un ciclo, che si ripete,  come tutti i cicli della vita: si semina, si attende, si raccoglie.
Il lavoro che ho scelto per me è anche una cura, che mi insegna ad avere pazienza perché mi ricorda che il concetto del tempo non è una linea retta su cui correre ma un cerchio, su cui tutto torna.

 

In che cosa hai investito, cosa hai cambiato della tua azienda perché prendesse la strada dell’innovazione?

Sono stata molto fortunata perché non sono partita da zero, ma sono subentrata ad un’azienda agricola già esistente, che ho semplicemente rimesso in moto, dandole una spinta per ripartire in maniera più vivace ed economicamente profittevole.

La prima cosa che ho fatto è stato studiare un po’ di storia agricola e agronomica della zona, per conoscere il passato rurale della mia terra e in generale della storia rurale dell’area mediterranea, individuando le colture più diffuse, quelle maggiormente profittevoli, sia ancora esistenti che andate perse col tempo. Poi ho studiato le nuove tecniche agronomiche, quelle più innovative, quelle con minor impatto agro-ambientale e quelle introdotte con l’agricoltura di precisione.

L’obiettivo è sia economico che culturale. Quello economico è di diversificare la produzione dell’azienda e della sua offerta, per renderla più redditizia e competitiva, rispetto alla monocoltura. Quello culturale è di dare un’identità territoriale alla mia impresa, attraverso il recupero di una sorta di ‘memoria botanica e agricola’ di questo territorio.

 

Quali sono, quindi, i prodotti di punta della tua azienda?

Coltivo varietà antiche e pregiate di grano duro, destinate alla produzione di farine, paste e pane locali attraverso le filiere corte controllate da alcuni molini e pastifici pugliesi; semi di lino, destinati all’industria cosmetica; diverse varietà di legumi, olio extra vergine d’oliva e spezie da destinare alla cultura gastronomica locale.

Tra tutte, la mia coltura certamente più curiosa e anche quella storicamente più interessante, dal punto di vista agronomico e culturale, è quella dello zafferano, spezia preziosissima sul mercato, per il duro lavoro necessario a produrla, e pregiatissima in cucina, per il gusto interessante e sofisticato che dona ai piatti.

 

Perché hai pensato proprio allo zafferano per differenziarti?

Documentandomi ho scoperto che lo zafferano è una pianta comune a tutta l’area del ‘Mediterraneo agricolo’  e che aveva dunque ottime possibilità di attecchire con successo anche in questa zona.
Inoltre, studiando la storia rurale e la tradizione culinaria dell’entroterra lucano, ho scoperto tracce di questa spezia, poi andata in disuso, probabilmente introdotta dagli arabi nei secoli ix e x.

Ho cominciato prima a sperimentare con le mie prime 200 piantine, e successivamente a confermare ogni anno il mio impegno con la produzione sempre maggiore di questo prodotto, nonostante il lungo e faticoso lavoro manuale richiesto. Oggi la mia produzione di zafferano è comunque esigua rispetto al resto dei miei prodotti, per i quali posso contare su delle filiere commerciali più solide e collaudate, ma mi garantisce comunque un’integrazione al reddito agricolo.

 

In questo momento qual è lo stato del business dello zafferano in Basilicata?

Attualmente lo stato del business dello zafferano locale è incagliato su alcuni aspetti commerciali, per cui risulta difficile ad un prodotto agricolo che non ha ancora un’identità territoriale forte, riuscire a trovare i canali commerciali giusti per arrivare ad un vasto numero di acquirenti-consumatori . Quello che è necessario è l’impegno e la collaborazione di tutte le aziende produttrici locali, del settore ristorativo e delle istituzioni e sistemi di promozione regionale per trasformare lo zafferano lucano in una eccellenza gastronomica e rendere quindi anche la sua coltivazione economicamente appetibile alle imprese agricole.
Questa coltura ha tutte le carte in regola per essere apprezzata anche da una fascia di consumatori particolarmente attenti all’ambiente e alla salute, essendo ecologicamente sostenibile, con uno scarsissimo impatto ambientale.

 

A grandi linee come si svolge la coltivazione del bulbo dello zafferano e la successiva raccolta della spezia?

La tecnica produttiva dello zafferano è assolutamente identica a quella utilizzata 1000 anni fa, è completamente manuale, dalla fase di impianto fino al raccolto e alla manipolazione per il confezionamento. E’ del tutto naturale, per l’assenza di qualsiasi tipo di intervento chimico o diserbante sulle sue piantine.
Il crocus sativus si impianta a 10-15 cm di profondità tra fine agosto e settembre e in poco più di un mese è in grado di attecchire con le sue radici nel sottosuolo e tirar fuori, dal terreno, con una forza emozionante, le sue spate bianche, che non sono altro che l’involucro che custodisce il fiore dello zafferano. Intorno alla metà-fine di ottobre avviene la fioritura, per cui giorno dopo giorno ‘lo zafferaneto’ si tinge di violetto e rosso, che insieme al verde e marrone del resto del campo, contribuiscono ad offrire un gradevolissimo spettacolo cromatico.
La fioritura è anche il momento di lavoro più intenso, poiché i fiori devono essere raccolti ogni giorno e nello stesso giorno mondati, ovvero manipolati per il recupero dei tre stimmi centrali, i quali, sempre nello stesso giorno, devono essere essiccati per diventare spezia.
Lo zafferano è pronto, mentre i bulbi del fiore continuano il ciclo vegetativo per riprodursi, generando nuovi bulbi.
Il lavoro è molto intenso ma concentrato in un breve periodo dell’anno che si concretizza in circa 30-45 giorni, per cui nonostante gli sforzi è assolutamente tollerabile.

 

Quali sono state  e quali sono tuttora le tue difficoltà legate al territorio, sia in quanto azienda innovativa, sia in quanto donna in un settore a cui si dedicano soprattutto gli uomini qui in Basilicata?

Quando mi chiedono che lavoro faccia, leggo sempre un po’ di stupore e un punto interrogativo negli occhi di chi me lo chiede, come se, in mezzo al proliferare di lavori terziari, si perdesse la connessione con il concreto e fosse strano o addirittura bizzarro che qualcuno trovi sostentamento economico dal settore primario e soprattutto che a farlo sia una donna.
A ben vedere e volendo fare un volo pindarico, l’agricoltura è nata ben oltre 10.000 fa e alle origini di questa pratica la donna ha avuto un ruolo importantissimo nel processo lunghissimo che ha poi portato alla nascita dell’agricoltura come attività umana ed economica.
Culturalmente, l’ambiente agricolo di oggi, soprattutto locale, è prettamente maschile ma, a parte un po’ di diffidenza, i miei stessi veterani colleghi non si stupiscono più di trovare una donna a gestire delle piantine, a decidere il piano colturale annuale e a smerciare i prodotti agricoli.
La dedizione della donna all’agricoltura è del tutto normale, così come del tutto naturale è l’inclinazione della donna, per la sua minore forza fisica, resistenza o fisiologia, ad eseguire lavori o compiti diversi da quelli che può eseguire un uomo; semmai quello che non è normale è lo stupore che esista una dedizione all’agricoltura.

 

Le criticità del tuo lavoro?

Il vero punto critico del mio lavoro, svolto nel mio territorio, non è culturale, né sociale ma piuttosto ambientale, climatico e soprattutto politico. Si tratta infatti di un’attività economica in cui l’elemento aleatorio del clima e la variabilità dei fattori ambientali, la rendono complessa, imprevedibile e ostile.
Inoltre moltissime carenze strutturali a livello di istituzioni e politiche di sostegno, hanno sempre relegato il settore primario ad una sorta di far west, in cui tutto era possibile, soprattutto nel gioco forza tra i produttori e gli intermediari  commerciali.
Devo ammettere che negli ultimissimi anni i progressi nel riassetto istituzionale, ma anche normativo, del tessuto agricolo sono rapidissimi e in qualche modo efficaci.

 

Se potessi dare delle dritte o consigli a chi ancora non ha investito in questo campo ma vorrebbe farlo, cosa gli diresti?

A chi vorrebbe intraprendere questo cammino, non posso che accoglierlo con entusiasmo e un sorriso, ricordandogli di non improvvisare e di pianificare per bene gli impegni economici e anche quelli morali necessari per l’avviamento e il sostentamento di una impresa agricola, includendo tra questi anche lo studio di nozioni e principi agronomici fondamentali, se già non si hanno.

E gli ricorderei anche di avere tanta pazienza, e, se non ce l’avesse, di osservare le piante per imparare ad averla. E a credere che alla fine tutto torna.

 

Della necessità di guardare la realtà con curiosità

Ci sono parole che più delle altre possono spiegare il coinvolgimento di quello che facciamo in un dato momento della vita.

Una parola che mi accompagna da sempre, e che continuamente rispolvero è la parola curiosità.

Cu-Rio-si-tà, voglia di accrescere il proprio sapere o la propria esperienza; piacere del conoscere indiscrezioni o bizzarrie, storie, persone, materie, discipline, luoghi, popoli, cose nuove insomma.
Dal latino “cura”, la curiosità è la tensione più fertile nell’universo e prende il nome da una sollecitudine che nasce da un presente senso della vita, vissuta coltivando, orizzonte negli occhi, qualcosa che aneli al senso di un cammino personale o professionale. Che poi se ci pensiamo bene la curiosità è sempre il motore di qualche cambiamento.

Senza la cura delle nostre passioni renderemmo sterile, vuoto e senza prospettive il nostro tempo.
Io, della curiosità, ne farei una materia da studiare a scuola. Come avere curiosità, come farla nascere, come coltivarla e indirizzarla.

Che cosa ci faccio nel gruppo #HelloGirls?

Curiosa doc sono qui grazie a Stefania, e insieme a Cia e Roberta voglio condividere alcune passioni diventate con il tempo esperienza, relazioni e conoscenza, sperando, che la condivisione possa diventare una scintilla per la crescita dell’entusiasmo intorno ad una materia creativa .
Oggi tento di porre una domanda che spero possa sollecitare la risposta di chi ci legge.

Da cosa nasce la necessità di guardare il mondo da dietro al mirino di una macchina fotografica?

Tra le cose che mi affascinarono di più quando iniziai a fotografare ci fu scoprire che il significato etimologico della parola Fotografia era “scrivere con la luce”. La fotografia è un oggetto di Arte: testo della realtà e della sua interpretazione; traccia e impronta del reale e della luce; taglio, porzione e istante della realtà. Interpretazione e sogno. Segno, simbolo e linguaggio.
Il linguaggio fotografico ha un codice visivo molto simile a quello dell’immagine pittorica, ma si distingue da questa caratterizzandosi per l’inquadratura, il punto di vista, la conoscenza e l’utilizzo della luce, segni che più degli altri determinano l’espressività e l’estetica di una foto.
Tra tutte le artiste fotografe che amo, Anka Zhuravleva è sicuramente quella più dotata di capacità immaginifica. Ve la presento e cerco di incuriosirvi, spronandovi a cercare la sua storia. In modo sorprendente rende un’emozione o un sogno, vero e reale. Russa di nascita e portoghese di adozione, ha talento e sensibilità incredibili. Attraverso il suo lavoro definisce e racconta paesaggi interiori surreali, cattura bellezza e mondi interiori che non riescono a parlare con le parole ma che solo le immagini regalano. Nella perfetta costruzione dei suoi scatti non si può non rimanere estasiati e calarsi nelle sue storie incantevoli che rapiscono la nostra fantasia.

 

Donna continuamente sull’orlo di una crisi di… stupore

“Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.

Lo so. Può sembrare banale cominciare qualsiasi cosa con uno degli aforismi di Oscar Wilde, ma questa frase riassume in maniera netta la mia filosofia.

In questi tempi incerti, farsi travolgere dagli eventi senza comprenderne bene cause e conseguenze è molto facile. Ecco perché credo che la meraviglia sia un’àncora di salvezza importantissima per rimanere con i piedi per terra e perseverare. E quando parlo di stupore e meraviglia, non intendo solo la loro accezione positiva, sia chiaro.

Ma facciamo un passo indietro.

Sono Roberta. Vivo a Ferrandina praticamente da sempre (escluso un breve lustro vissuto a Lecce per l’Università), e mi ritengo, ormai, materana d’adozione e cittadina del mondo.

Attualmente, tra le tante cose, lavoro come social media manager per un’agenzia di comunicazione e gestisco una web radio.

Molti potrebbero esclamare: “Figo!” – come sono vintage con quest’espressione.

Beh, sìfondamentalmente lo è. Perché il cervello deve essere sempre in moto, perché hai modo di conoscere tanta gente, perché devi essere sempre aggiornatissimo sulle ultime novità e pronto a cogliere l’attimo, attingendo da mille mila esperienze di vita diverse, perché essere creativo è paragonabile a poter esprimente liberamente la propria personalità. E ti pagano pure per questo!” (cit.) – la web radio no, è volontariato. Per ora.

Però, molti esclamano anche (e lo fanno): “Ah, bene, praticamente stai tutto il giorno su Facebook. Bello lavorare così”. E tu prendi e porti a casa, anche se cerchi di darti la dignità che ti spetta quando ti riesce, spiegando un po’ che non è proprio quello il tuo lavoro, ma va bene, prima o poi passerò dall’essere un paparazzo del web a una che lavora nella comunicazione digitale.

Raccontata così, ecco perché sembra riduttivo cercare di spiegare che il lavoro creativo è molto, ma molto complesso, soprattutto nel mondo digitale e se:

  1. è importantissima la competenza – fattore molto spesso sottovalutato perché certe cose sono alla portata davvero di tutti;
  2. vivi in un territorio – mi dispiace ammetterlo – in cui l’evoluzione del web è in fase embrionale, mentre il mondo corre ed è già arrivato almeno alla sua adolescenza informatica;
  3. la tua propria componente caratteriale non prescinde dall’insicurezza (ma lo considero, in fondo, un bene per mettermi sempre alla prova);
  4. non è sempre tutto rosa e fiori, soprattutto nei confronti con i tuoi “simili” (da leggere considerando per bene i punti 1, 2 e 3).

Bene. Comprendete, allora, il perché lo stupore sia stato grande, ma piacevole, quando un giorno Stefania persona a cui devo molto della mia formazione e una delle poche con cui riesca a mantenere un confronto sano e costruttivo – mi ha contattata per dirmi “ho grandi idee e vorrei che tu ne prendessi parte”.

E per grandi idee intendeva dire proprio idee grandi, di quelle che non sai se ce la potrai fare a collaborareperché ti senti piccola, piccola – eccola lì, l’incertezza – e che subito mi hanno fatto pensare e chiedere 

Perché proprio io? Ce la farò? Sai che è una bella sfida, vero?

Va bene, sono un po’ troppo negativa, lo so. Ma la risposta è stata: ok, proviamo. Vediamo. Facciamo. Cominciamo. Posso esserne capace con l’impegno di sempre e di più, come sempre.

E ho accettato. Senza più se e ma. Per stupirmi e mettermi alla prova. Per imparare ancora e confrontarmi con altre splendide fanciulle (Cia, appena conosciuta ma una gran bella scoperta, e Francesca, una tempesta zen e positiva da cui ti lasci volutamente trasportare) e da tante e tanti altri che so arriveranno.  

Ed eccomi qui, a scrivere questo stream of consciousness su una nuova esperienza da cui poter attingere e in cui poter dare.

Senza presunzioni, senza moti d’orgoglio, se non quello di poter contribuire, nel mio piccolo, a raccontare e portare (spero!) un po’ di impressioni su questo mondo in totale e continuo divenire.

Per il momento, continuo a stupirmi, sperando di poterlo fare sempre di più, insieme.

Chissà come andrà. Vedremo. Noi, l’impegno, ce lo mettiamo. Ed è solo l’inizio.

 

[Photo by Giusy Schiuma]

Cercasi ispirazione disperatamente

Mi presento brevemente: sono Annalucia e sono in continuo divenire.

Lavoro da diversi anni come educatrice, tata, piccola aiutante di Babbo Natale e dei suoi folletti nei compiti pomeridiani dei bimbi, nonché raccatta-germi di bimbi piccoli e piccolissimi. Fin da giovanissima mi sono allontanata dalla strada maestra dei percorsi standardizzati: diploma, laurea, lavoro fisso. 

Mi piace guardare alla vita come un continuo fiorire di bellezza nuova e inaspettata. Così, tra un esame di psicologia e compitini di scuola, ho iniziato a fotografare e scrivere usando l’app Instagram. Ho trovato il mio veicolo! E così, da paesaggi cittadini, dettagli, passeggiate tra i vicoli di Matera ho tratto ispirazione e dato voce alla mia voglia di raccontare attraverso il cellulare, nel modo più semplice e veloce. Pian piano è cresciuta una nuova esigenza: creare, lavorare con le mani e ripercorrere tradizioni e ricordi di famiglia.

Si è fatta strada, così, una nuova passione: la cucina e tutto quello che ne è venuto, cioè preparare ricette, scriverle e raccontare quello che ci sta intorno, fotografare e pubblicare sulla mia pagina Facebook Scorzadimandorla, sull’account Instagram e sul mio blog. Il processo è diventato molto complesso e professionale con il tempo, sia per le operazioni da compiere sia perché l’esigenza di comunicare qualcosa ha sempre un interlocutore nei followers, nella gente che ti segue, che ti legge, e,  che tu venda qualcosa o che il tuo obiettivo sia solo condividere momenti di intimità, racconti, ricordi, l’unico obiettivo per me è toccare la sensibilità, l’interesse, la curiosità, lasciare una traccia, si spera, di bellezza o almeno di leggerezza.

In effetti è di questo che voglio parlarvi qui: chi mi ispira, chi seguo e perché.

Elena Cito e le sue Torte coi fiori. Una giovanissima pugliese a Milano, studentessa di economia e poetica creatrice di torte da sogno.  Le sue fotografie sono piene di meraviglie di frolla, pan di spagna e creme al burro, colori pastello e fiori, foglie, petali e delicatezza. Ogni tanto tra i suoi scatti sbuca la sua Puglia, i trulli, masserie bianche, piante grasse verdi e luce del meridione. Come non desiderare di fare una torta coi fiori? Lei tiene dei corsi a Milano, nei punti vendita Zodio, compra fiori, farina e burro e riunisce tutti intorno a una planetaria.

Vi porto all’estero, con Samantha Lee e Brittany Wright. La prima è una Food Artist, crea storie per bambini con il cibo che poi viene puntualmente mangiato da qualcuno dei suoi figli. I suoi piatti sono un concentrato di fantasia, colore ed equilibrio di cibi sani. Adesso sapete come far mangiare le verdure ai bambini! La seconda, Brittany Wright di Wrightkitchen, è una fotografa che gioca con le sfumature del cibo ma prevalentemente si diverte con verdura e frutta. I suoi lavori diventano stampe da arredamento. Per lei il cibo è arte, un’opportunità di creatività.

Vi riporto a Milano. Ultima delle mie fonti di ispirazione (la mia preferita!), Alice Agnelli di A Gipsy In The Kitchen, un blog di cucina, lifestyle, viaggi. Lei è l’emblema della dolcezza e della gentilezza, al passo con le stagioni e i loro colori, con i trend della moda, ti regala sempre la ricetta giusta al momento giusto. Una comunicatrice di eccellenza, trasmette la sua passione per la vita in ogni cosa che scrive, in ogni fotografia. Una blogger a tutto tondo.

Si conclude così il mio primo articolo-tributo per il Comincenter dedicato alle donne che mi ispirano quotidianamente. Presto vi racconterò di una donna lucana, alla prossima.

 

[photo on Unsplash]

Donne e lavoro: 10 luoghi comuni rovesciati!

Non sono un’amante della dicotomia donne vs uomini, anzi non ci credo affatto e sentirne parlare nel 2017 mi fa vecchio come parlare di Destra e Sinistra. La parità? Sta nella collaborazione. Si fa team. Si è pari quando ognuno, con le sue peculiarità e con i suoi difetti, concorre alla realizzazione di un successo comune. La realtà?

Nel lavoro di tutti i giorni sbatto la faccia contro la cultura di Adamo ed Eva! Essere donna risente ancora del peccato originale e spesso siamo proprio noi donne ad accettare inconsapevolmente questa situazione.

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva un uomo che aveva capito un sacco di cose. Da dove partire? Da noi stesse.

Qualche giorno fa leggevo sul libro di Manuel Schneer e Adriana Velazques, Come costruire il tuo brand, (ed. da gueriniNext in collaborazione con AIDP) una lista delle difficoltà che più o meno tutte noi donne siamo chiamate ad affrontare ogni giorno, in ambito professionale. Lo spunto è interessante, mi ha fatto riflettere moltissimo, ho provato a darmi una risposta ad ogni problema posto:

  • [problema] la bassa autostima

Nessuno può dirti quanto vali, chiedilo solo a te stessa.

  • [problema] acquistare il discorso maschile

Essere leader o professioniste di un settore non vuol dire comportarsi meno da donne, anzi!

  • [problema] sentirsi in colpa di crescere e trionfare

Ma perché? Non ne abbiamo il diritto anche noi?

  • [problema] accettare l’opposizione (madre/compagna/fidanzata/moglie) vs crescita personale, professionale ed economica

Noi donne siamo capaci di fare entrambe le cose e, quando il nostro nucleo familiare funziona come un team, ne beneficiano sia moglie che marito!

  • [problema] uso improprio della bellezza e seduzione

Essere piacevoli, avere un bell’aspetto, utilizzare la seduzione non sono sempre l’arma giusta, spesso e volentieri sono un boomerang ad altissima velocità dritto in testa. Attenzione! Non sto dicendo che la sensualità sia una cosa sbagliata (ci appartiene di natura) ma è un’arma da utilizzare con molta cautela: non diamo il diritto a un uomo di metterci un’etichetta!

  • [problema] accettare la scadenza dell’orologio biologico

C’è un’età per ogni cosa, forse è vero, ma la voglia di mettersi in gioco, di migliorarsi sempre, l’ambizione nel raggiungere i propri desideri non scade né dopo i 30 né i 40 eccetera, eccetera!

  • [problema] accettare i mandati sociali e religiosi

Si commenta da sola: donne e uomini, molto prima di noi, sono morti per darci la libertà di vivere fuori dai dogmi. Non sprechiamo quest’opportunità.

  • [problema] sentirsi non amata, non accettata

I canoni, le etichette, il contesto in cui ognuna di noi vive e lavora ogni giorno spesso ci schiacciano come formiche. Meglio allontanare le persone negative, gli invidiosi, i pessimisti. Circondiamoci di persone costruttive, empatiche, disposte alla relazione.

  • [problema] bloccarsi e perdersi nelle situazioni competitive

Guardiamo al raggiungimento del risultato invece! Ognuna di noi ha innato il talento della negoziazione, basta pensare a come convinciamo i nostri figli a magiare una mela piuttosto che una brioche! Coltiviamo questo nostro aspetto e usiamolo, invece di criticare le Louboutin della donna che ci sta di fronte!

  • [problema] il pregiudizio

É una bestia nera che nessuno è mai riuscito sconfiggere. É una lotta contro i mulini a vento, non cadiamo nella trappola di Don Chisciotte. Le opinioni degli altri si cambiano solo con il lavoro serio, costante, autentico… e non è detto che ci si riesca. Pazienza siamo 7,5 mld di persone nel mondo: non possiamo piacere a tutti 🙂